mercoledì, 24 dicembre 2008
Degli auguri di Merchesa

"Ormai il Natale è vicino. Alberto ed io camminiamo spalla contro spalla nella lunga schiera grigia, curvi in avanti per resistere meglio al vento. E' notte e nevica; non è facile mantenersi in piedi, ancora più difficile mantenere il passo e l'allineamento: ogni tanto qualcuno davanti a noi incespica e rotola nel fango nero."

Primo Levi, Se questo è un uomo


Carissimi

mi sono chiesta leggendo questo brano se sia più facile stare vicini stretti stretti in un campo di concentramento o in un centro commerciale. Che differenza c'è in fondo tra i due? Nei centri commerciali si sta molto concentrati, sia fisicamente che con la testa, tutti presi dagli acquisti da fare o dai portafogli da proteggere. Nei campi di concentramento, invece, si lavora e si produce; comunque in vista della commercializzazione. La sigla di entrambi è CC. Entrambi mi mettono angoscia.


"Cara Kitty, qui all'Alloggio segreto la notizia che ognuno per il Natale avrà 125 grammi di burro in più è stata accolta con gioia. Sul giornale c'è scritto addirittura un quarto di chilo, ma riguarda solo i fortunati mortali che ricevono le tessere dallo stato e non gli ebrei..."

Anne Frank, Diario


Tutti trascorrono il Natale, tutti. Ma non tutti nello stesso modo. Molti lo trascorrono in solitudine, o in ospedale, o nei disagi fisici, economici e morali.

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade.
Ho tanta
stanchezza
sulle spalle.
lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata.

Giuseppe Ungaretti, Natale

Molti sono i bambini che nascono al mondo il giorno di Natale, non tutti fortunati né tantomeno re.

Nel gelo del disamore...
senza asinello né bue...
Quanti, con le stesse sue
fragili membra, quanti
suoi simili, in tremore,
nascono ogni giorno in questa
Terra guasta!...

Giorgio Caproni, Dinanzi al Bambino Gesù pensando ai troppi innocenti che nascono, derelitti, nel mondo

Eppure io la "sento" ancora questa accidenti di festa. E sento che i miracoli possono ancora accadere. Accadono se uno ci crede, se ci si vuole credere. Ecco, io ci voglio credere ancora e non perché credere non mi costa nulla (Pascal) ma perchè non credere all'Amore può solo peggiorarci come individui.

[...] Eppure io sento
che se qualcuno mi dicesse alla Viglilia di Natale,
"Vieni a vedere i buoi inginocchiati
 
nella solitaria fattoria presso quella
lontana vallata che conoscevamo da bambini"
io lo seguirei nel buio
sperando che sia proprio così.
 
Thomas Hardy, Buoi

 
A tutti coloro che passano di qui un caloroso saluto merchesiano di BUON NATALE.

Vi abbraccio

Vostra Merchesa


martedì, 25 novembre 2008

Della violenza sulle donne

Carissimi

oggi, 25 novembre, è la giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Lo sapevate? Forse i più informati sì, ma temo che - invece - la maggior parte di Voi non ne sia a conoscenza. E non è nemmeno colpa Vostra.
Sabato scorso c'è stata una manifestazione a Roma. Hanno sfilato in migliaia per le strade della capitaleNel mondo, una donna su tre subisce maltrattamenti nell'ambiente familiare. '' Una ogni tre donne nel mondo sarà violentata, aggredita, forzata ad avere relazioni sessuali o sarà maltrattata altrimenti durante la sua vita '', così Noeleen Heyzer direttrice esecutiva di UNIFEM ( Fondo delle Nazioni Unite per la Donna).
Secondo l'ISTAT, in Italia più di 6 milioni e mezzo di donne ha subito una volta nella vita una forma di violenza fisica o sessuale. Da noi la violenza è la prima causa di morte o invalidità permanente delle donne tra i 14 e i 50 anni. Più del cancro. Più degli incidenti stradali. Ogni giorno sette donne sono prese a botte, oppure sono oggetto di ingiurie o subiscono abusi. Il 62 per cento delle donne è maltrattata dal partner o da persona conosciuta. E i casi più gravi di violenza si riscontrano nell'ambiente familiare, da parte di chi si ama o si è amato.

Qualche giorno fa:

- Hai sentito di Xxxxxx? - mi dice Daniela, la mia edicolante.

- No, che ha fatto? - rispondo.

- Si è separata. E pensare che due mesi fa è stata qui e si faceva meraviglia di Yyyyyy che si era appena separata pure lei.

- Anche Yyyyyyy si è separata? - chiedo stupita.

- Ceeeeeeeeerto. Po' à lé, la Vergine de Caravaggio! (1) - conferma Daniela con il suo vizio di strascicare le vocali alla bresciana - Vòt véder che le s'è tacàde sò? (2)

- Bisognerebbe conoscere le circostanze. Giudicare non è mai bello quando non si sa come stanno esattamente le cose - rispondo ostentando una saggezza che sono ben lontana dall'avere.

- Cose ghè chì de conòser. La gà maiàt fòra tòt al so òm e pò dopo l'è 'ndàda. (3)

- Chi l'è che s'è separàt turna? (4) - chiede una signora anziana che ha sentito il nostro parlare.

Daniela la ragguaglia. E sono spiegazioni complicate che comprendono i genitori di entrambi i separandi, i fratelli, i nonni - che la signora anziana conosceva - tanto che risultano persino parenti. Oh, ma alla lontana neh...

- Il problema è uno solo. Ha ragione il nostro Santo Padre. La gente si separa perché non ha più il valore della famiglia! - sostiene agguerrita la signora anziana. Il mio pensiero va inesorabilmente alla Carfagna. Anche lei ha sostenuto di avere la famiglia tra i suoi valori. La sua o quella di SB? Mah...

- Non tutte le famiglie sono uguali, signora - mi permetto di contraddirla - ce ne sono alcune che proprio stanno bene sciolte. E poi il papa parla tanto ma lui una mica se l'è fatta.

- Signora, il papa non può perché lui ha fatto il voto di castità (5), però ha ragione. Guardi, io quando ero giovane vivevo in una corte dove c'erano tante famiglie. C'erano alcune che poverine.... le jà ciapàa la matìna prima che l'òm al partìes e le jà ciapàa la sera quan chèl turnàa andrè (6). Che pena che mi facevano poverine.

- E mi dica signora, possono essere considerate famiglie quelle? O sono piuttosto luoghi di dolore? Sono davvero indissolubili quei legami? In nome di che cosa? Di un Dio a cui il papa ha la presunzione di dare voce? Ma Dio non è vero Amore? E cosa c'entrano le botte con l'amore?

Silenzio.

Ho riflettuto in questi giorni su quello scambio di idee avuto dalla mia edicolante. Ho ripensato a quelle donne, a tutte le donne del passato. A quelle rinchiuse in casa, a quelle costrette a lavorare col pancione e a partorire nei campi, mia suocera me ne parlava spesso.  A quelle costrette a fare figli a catena, che non potevano rifiutarsi perché era un dovere coniugale sacro. A quelle battute perché la minestra era troppo salata o troppo insipida. A quelle a cui veniva solo chiesto e non dato. Ho pensato a loro e alla loro vita. Ho immaginato le loro lacrime, sparse sui campi di lavoro e nelle cucine.
E allora ho concluso che una delle basi fondamentali della cucina mondiale, il soffritto, non sia nato solo dalla scoperta della bontà dell'ortaggio- cipolla, ma che sia stato anche un bell'alibi. Il soffritto come escamotage per quelle donne che con la scusa di tagliare cipolle lasciavano andare liberamente le loro lacrime e le giustificavano. E allora ho pensato di dedicare loro un aforisma, perché anche ridendo con loro - non di loro - a distanza di anni mi sento di allungare un fazzoletto virtuale per asciugarne un po'.



184 AFORISMA MERCHESIANO

Il soffritto è una invenzione strategica. Spacciato come base culinaria indispensabile  era invece un' astuzia per giustificare le lacrime femminili.



(1) Anche lei, la Vergine di Caravaggio, intesa come
la Madonna di una "ridente" cittadina in provincia di Bergamo verso cui molti bresciani fanno pellegrinaggi in richiesta di protezione e grazie. Va da sé che Daniela dà della vergine a Yyyyyyy in tono dispregiativo, intendendo invece il contrario.

(2) Vuoi vedere che trattasi di epidemia?

(3) Cosa c'è da sapere. Ha approfittato della florida condizione economica del marito e poi se n'è ita.

(4) Chi è che si è separato, di nuovo?

(5) Il papa e i sacerdoti diocesani non sono tenuti al voto di castità che invece è previsto per altri ordini.

(6) Le prendevano (botte) la mattina prima che il marito partisse per il lavoro e le prendevano di nuovo la sera quando tornava.

giovedì, 31 luglio 2008
Una discutibile storia d'amore 11

Il parco della villa antica era accogliente come una grande madre. La Topa si rifugiava sempre lì quando era triste. Le piaceva camminare tra i viali ghiaiosi, con l’unica compagnia dello scricchiolio dei suoi passi. I pensieri si dilatavano, il respiro rallentava. Guardare tutto quel verde la rilassava, le liberava la testa.

 

Volpy aveva ragione, inutile negare l’evidenza. L’amica era stata forse un po’ brusca  nel dirglielo, ma la Topa aveva sempre preferito una robusta ancorché feroce verità alle moine delle accomodanti bugie. Il Pachiderma e Lei non erano fatti l’uno per l’altra. Troppo dissimili per natura, con interessi diversi, aspettative di vita ineguali. E quel tarlo che non faceva che girarle in testa: gli elefanti hanno paura dei topi. In verità Lei l’aveva capito molto tempo prima e aveva avuto persino l’infelice idea di farglielo notare. “Non ho paura di niente” aveva risposto il Pachiderma piccato, ma i fatti successivi avevano dimostrato il contrario. Per esempio nella circostanza in cui…

 

"Ehi ciao" disse il cucciolo chiamandola da lontano.

"Ciao Tigro" lo salutò lei con un sorriso "che ci fai qui?"

"Ti stavo cercando, Topa". Il cucciolo piegò la testa di lato ammiccando. Quel ragazzino era una vera birba ma la divertiva molto.

"Ah sì? E come mai tesoro?".

"Ho voglia che mi racconti una storia" pretese il furfantello.

"Sei sempre il solito bricconcello" rise la donna " Dai vieni qui che te la racconto". Lei prese in braccio il cucciolo e incominciò a raccontare.  "C'era una volta un grosso elefante, talmente grosso che occupava un intero palazzo. Un giorno decise di entrare in una cristalleria. Chi sono io per non potervi entrare? Chiedeva l'elefante agli amici... Non farlo, rispondevano questi. Non farlo, gli diceva la Pachimadre, ti farai del male amorucolo. Ma lui, testardo, decise che una cristalleria era proprio quello che faceva per lui. Così si recò in un centro commerciale, di quelli che si trovano sulle statali o vicino alle tangenziali. Entrò e si recò, con la sua immensa mole, nel negozio di Svarovski. Omioddiiiiiiiiiio, urlarono le commesse nel vederlo, fuori tutteeeeeeee, e così fecero. L'elefante mise il piede nella cristalleria e... spataspisch... patasbam... spucifff... sciafff... ogni suo movimento, anche il più piccolo provocava dei disastri immensi. Volavano i cristalli ovunque, piccoli animali, gioielli, soprammobili, tutto perdeva la forma originaria dopo il passaggio dell'animale. Alla fine fu un mucchio di vetro sul pavimento. Solo quello. Il Pachi lo guardò fiero ed esclamò, Sono un genio, nessuno è in grado di creare tanti arcobaleni come ho fatto io. Sono proprio bravo, il migliore. Certi uomini vedono il bello anche nella distruzione che lasciano".

"Bella, Lei, è una bella storia".

"Grazie amore" sorrise la Topa.

"E' una storia bella come te, che sei la più bella del  mondo" sospirò il cucciolo.

"Oh amore, sei dolce, ma davvero non sono la più bella io" rise la donna.

"Sì che lo sei. Io ti amo. E quando sono grande ti sposo. Accetti, vero? Vuoi la mia mano.. ehm...zampa?" chiese il tigrotto.

"Accetto sicurissimamente. Ma non pensi che io sia un po' vecchia per te?".

"Ci ho pensato, ma ho deciso che puoi fermarti e aspettarmi" sostenne con sicumera il cucciolo.

"Direi che è una proposta eccellente. Faremo così".

"Allora affare fatto" esclamò Tigro allungando la mano per sancire il patto.

"Affare fatto" rispose la Topa ricambiando la stretta.

(continua)

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lunedì, 28 luglio 2008
Una discutibile storia d'amore 10

Il parco della villa antica era accogliente come una grande madre. La Topa si rifugiava sempre lì quando era triste. Le piaceva camminare tra i viali ghiaiosi, con l’unica compagnia dello scricchiolio dei suoi passi. I pensieri si dilatavano, il respiro rallentava. Guardare tutto quel verde la rilassava, le liberava la testa.

 

Volpy aveva ragione, inutile negare l’evidenza. L’amica era stata forse un po’ brusca  nel dirglielo, ma la Topa aveva sempre preferito una robusta ancorché feroce verità alle moine delle accomodanti bugie. Il Pachiderma e Lei non erano fatti l’uno per l’altra. Troppo dissimili per natura, con interessi diversi, aspettative di vita ineguali. E quel tarlo che non faceva che girarle in testa: gli elefanti hanno paura dei topi. In verità Lei l’aveva capito molto tempo prima e aveva avuto persino l’infelice idea di farglielo notare. “Non ho paura di niente” aveva risposto il Pachiderma piccato, ma i fatti successivi avevano dimostrato il contrario. Per esempio nella circostanza in cui…

 
Merchesa – Ehm… chiedo scusa mia cara se mi intrometto. Il racconto è delizioso e interessante, ma vorrei sapere quando arriva la fine. Mica per niente, mia cara, si dà il caso che questo blog sia il mio e qui si parli di altro, soprattutto satira politica, non storie d’amore.

 
Lei – Vogliate perdonarmi Esìmia se mi sono presa un po’ di spazio qui, è che mi sembrava davvero eccessivo aprire un blog apposta per il Pachi! E poi la Vostra autrice è stata così gentile da darmi una mano ad elaborare i miei pensieri… sapete, è che io se non capisco non cresco.

 
Merchesa – Amica mia, se volevate capire qualcosa era a me che dovevate rivolgerVi, non certo alla mia autrice. Per esempio, pensate di girare intorno ancora per molto alle questioni fondamentali?

 
Lei – Che sarebbero?

 
Merchesa – Innanzitutto il Vostro baricentro. La volete finire una volta per tutte di cercarlo fuori da Voi? Non lo troverete né nel Pachi né in nessun altro uomo. Siete l’unica misura di Voi stessa, mia cara, e le risposte sono dentro di Voi. Convincetevene una volta per tutte.

 
Lei – Lo so Esìmia, razionalmente ci arrivo. Ma poi, quando si tratta di gestire la mia energia mi perdo. Vedete, non ne sono mai stata capace. O eccedo in rigore o esplodo in passione. Non sono mai riuscita a trovare un equilibrio e mi ero convinta che il Pachi, con la sua capacità di governare le energie, sarebbe stato perfetto per me. Ma mi sbagliavo.

 
Merchesa – Governare le energie? Ma tesoro, nessuno può farlo per Voi. Forse il Pachi avrebbe potuto insegnarvelo, ma non farlo per Voi. Lì Vi siete persa, secondo me. Non cercate il contenitore fuori di Voi: siete energie e contenitore Voi stessa, piccola.

 
Lei – Adesso l’ho capito. E ormai è tardi.

 
Merchesa – Tardi per cosa? Per avere a che fare con un maleducato?

 
Lei – Esìmia, Vi prego, non parlate così di lui!

 
Merchesa – Ennò, mia cara, le cose vanno dette come sono. Vi ho sentita l’altro giorno parlare con Anatra. Tutte e due convinte che gli uomini che scompaiono senza spiegazioni siano autorizzati a farlo. Niente di più sbagliato. Gli uomini che scompaiono senza perché sono dei cafoni maleducati. E questo vale per tutti, Pachi compreso. Che è talmente innamorato di sé al punto da avere uno degli hobby più strani che mi sia mai capitato di incrociare. E questo per evitare i coinvolgimenti intensi, che potrebbero destabilizzare l’amore profondo che nutre per se stesso. Il Pachi, infatti, è un RDF, cioè un Ricercatore di Difetti Femminili. E’ straordinario in quello, di un rigore scientifico.  E’ un analista della pecca, uno scienziato dell’imperfezione, un vivisezionatore  della bellezza muliebre.  Troverà sempre difetti nelle donne, anche le più intelligenti, le più capaci, le più incantevoli del mondo.

 
Lei – Siete sicura di ciò che dite, Esìmia?

 
Merchesa – Certamente! Quindi il Pachi - inconsciamente - ha un dannato bisogno di vincere, tipico dei perdenti. E con Voi, forse, non ci stava riuscendo. O magari l’impresa si è dimostrata più ardua del previsto. Topa versus  elefante, non dimenticatelo. E poi c’è anche quell’altro discorso molto più personale e intimo: la Pachi-madre.

 
Lai – La Pachi- madre?

 
Merchesa – Ma ceeeeeeeeeeerto. Avete notato, mia cara, che madre è un anagramma di derma? Quindi, applicando il Metodo Merchesiano se ne deduce che…

 
Lamiaautrice – Ragazze, per favore, volete darci un taglio? E’ da stamattina che scrivo e non intravedo ancora una conclusione al post. E io non è che ho tutto questo tempo da dedicarvi. Domani sera ho 12 persone a cena e devo preparare il camper per le ferie che venerdì si parte.

 
Merchesa – Cocca bella, se ti concentrassi su quello che scrivi, invece di tenere due chat aperte contemporaneamente, forse faresti prima a concludere. E dico DUE CHAT, non due finestre. Quelle a volte diventano anche sette. E poi si lamenta che non finisce i post e dà la colpa a me e a Topa… tzé…

 
Lamiaautrice – Merchy, io ho tanti amici che amano chiacchierare con me, mentre non si può dire la stessa cosa di una certa nobildonna dalla lingua sempre troppo lunga.

 
Merchesa – Ohhhhhhhhhh, siamo velenosette oggi eh… Parli così perché ti secca che io sia diventata autonoma, che sia sfuggita al tuo controllo, che ti abbia surclassata!

 
Lamiaautrice – Ma senti questa! Ehi bambola, guarda che senza di me tu non sei un cazzo, non esisti!

 
Lei – Ragazze, per favore, smettetela di litigare. Chiedo scusa ad entrambe. A te Merchesa per aver abusato del tuo blog e a Lamiaautrice per averle rubato tanto tempo prezioso.

 
Merchesa – Oh cara, ma non ditelo nemmeno per scherzo. E’ stato un piacere averVi qui.

 
Lamiaautrice – Ma certo piccola, ne è valsa la pena scrivere per te. Anche se, in verità, non erano molti quelli che apprezzavano la tua storia. Piaceva solo a ClaireLawliet.

 
Merchesa – E allora?

 
Lamiaautrice – E allora cosa?

 
Merchesa – No dico, siamo Fogazzaro che se non abbiamo un quorum consistente di lettori non scriviamo?

 
Lamiaautrice – Non ho detto questo Merchy, ma converrai con me che scrivere per il piacere di un solo lettore è un po’ poco…

 
Merchesa – Non convengo affatto, e anzi ti invito a vergognarti di quanto hai appena detto! Scrivere è ciò che conta. Scrivere. Per il tuo piacere e per il piacere di chi ti legge. E non ha importanza se è uno solo o il milionesimo lettore. Se riesci a comunicare emozioni, questo conta. Se riesci a divertire, se riesci a far pensare anche una sola persona, il tempo passato sulla tastiera non sarà perduto. Anche una sola persona, un solo lettore è importante per chi scrive. Scrivi Lamiaautrice. O ti rimarrà solo il tempo per spadellare e approntare il camper.

 
Lamiaautrice – (Pausa)… (Lunga pausa)… (Lunghissima pausa)… (Sospirone)… E va bene, datemi le coordinate per il seguito della storia! Uff…

 
Lei – Allora, io sono nel parco che penso al Pachi e a un tratto da un cespuglio esce Tigro che mi salta in braccio e...

Merchesa – (Brava ragazza Lamiaautrice. Un po’ testarda ma non è male. Beh, in fondo ha creato me, no?!)

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lunedì, 21 luglio 2008
Una discutibile storia d'amore 9

"L'ho ricacciato da sua madre!". Volpy era arrabbiatissima. Sedute al tavolino di un bar all'aperto Volpy e Lei lanciavano occhiate alla strada trafficata davanti a loro. Meglio guardare nel vuoto che guardarsi negli occhi quando si deve sbollire. Sul tavolino due caffé shakerati ghiacciati, un posacenere, un pacchetto di sigarette, un accendino e i tre cellulari di Volpy. La rossa non faceva che accendere sigarette, rovistare concitatamente nella borsa, sbuffare, toccarsi nervosamente i capelli mossi. Lei taceva, guardava, ascoltava sorseggiando il caffé.

"Non ne potevo più del suo disordine. I vestiti sporchi lanciati ovunque, il suo disinteresse per i lavori di casa, mai uno spaghetto cucinato ma nemmeno che si degnasse di mettere l'acqua sul fuoco. In tutto questo tempo non mi ha mai aiutato né ad apparecchiare né a sparecchiare. Non ti dico di lavare i piatti, ma almeno riordina!" Lei tratteneva a stento un risolino. Ripensava a qualche tempo prima e alle meraviglie che aveva sentito raccontare su quell'uomo proprio a quello stesso tavolino.

"L'aspirapolvere è uno strumento per marziani, lo spazzettone una roba da caserma e lo straccio per le polveri... esiste? Per non parlare del letto: mai una volta che l'abbia rifatto". A questa affermazione Lei non riuscì proprio a trattenersi ed esplose in una fragorosa risata. "Scusa Volpy, ma se non sbaglio  qualche mese fa la qualità più fantastica di quest'uomo era come lo disfaceva il letto, non ti preoccupavi che lo rifacesse dopo!". Volpy si immusonì, tentennò il capo, lanciò una occhiata verso il traffico cittadino, si rigirò verso l'amica con al testa leggermente reclinata, fece una smorfia. Lei rise ancora più forte e anche l'amica non riuscì più a trattenersi.

Le due donne adesso ridevano come pazze, una di fronte all'altra.

"Beh sì, bravo era bravo, questo è innegabile" diceva Volpy tra le risa "se mi dimentico  delle mutande ascellari con cui si è presentato al prima volta".

"Ahahaha... vuoi fare cambio col Pachi? Lo sai che la prima volta mi si è presentato con un paio di boxer bianchi con una scritta blu: It's getting stronger and stronger! Aahahahahah..."

"Ahahahaha... ma almeno il Pachi ha un certo stile nel vestire. Il mio aveva un paio di jeans dell'era glaciale che stavano in piedi da soli!"

"Eccerto, in lui tutto è ritto! Ahahahahaah...Oddio questi uomini meravigliosi... così potenti..." diceva Lei.

"Così eccitanti..." rilanciava Volpy.

"Così educati, rispettosi, sensibbbili..." suggeriva Lei.

"Eh come no! Sensibili proprio. Educati e rispettosi anche. Soprattutto quando scoreggiano. Ahahahaha..."

"Ma scherzi? NON LO FANNO MAI!" rideva Lei.

"E come no?! Il mio mi deliziava coi peti pre-coito, per eccitarmi. E poi concludeva con i post-coito, per coccolarmi!" spiegava Volpy.

"Ahahahahahaah... e non eri contenta? Ahahaahahaha..."

"Come no?! Una delizia! Ahahahaahaha..."

Le gente intorno a loro le guardava stupita. Cos'avranno avuto mai quelle due pazze da ridere tanto?

"Ahahahaha... certo che Volpy, a volte penso che tu non sia proprio una volpe" rideva ancora Lei " Ma come ti è venuto in mente, a te che sei una volpe, di metterti con un facocero? Non potevi che aspettarti scoregge e rutti da uno così".

"Eh... mi piaceva..." sussurrava allora Volpy intristendosi un po'.

"Ho capito cara, ma da che mondo è mondo non si era mai sentito di una volpe che si fosse messa con un facocero. Dovevi aspettartelo che finisse così. Eravate troppo diversi".

"E tu allora? Che ci fai tu con un elefante? Non siete forse diversi voi due?" rispose Volpy piccata.

"E che c'entra scusa?" chiese Lei smarrita.

"Lei, TU SEI UNA TOPA, non un'elefantessa!"

Il gelo scese su quel tavolino.

(continua... ma ne intravedo la fine)
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giovedì, 17 luglio 2008
Degli sms che ti strappano il cuore

La Grande in vacanza dalla nonna, 16.07.08 ore 23.20 - Ciao mamma... scusa l'orario... volvevo confidarti ke ho 1 paura matta di diventare suora! sembra una cagata ma la cosa mi spaventa... scusa ma avevo bisogno di sfogarmi... e mentre scrivo il mex mi viene da piangere... rx bacione ps: acqua in bocca!!

La mia Autrice, 16.07.08 ore 23.44 - Amore mio, alle suore non piacciono i Paga, anzi li allontanano. Il tuo è un bisogno di spiritualità e di sacro. E' normale sentirlo quando si diventa grandi. Ma non succede a tutti: solo alle persone profonde e sensibili. Proprio come sei tu. Sei bella dentro e  fuori, amore. Non avere paura di te stessa. TVB

La Grande, 17.07.08 ore 9.31 - Grazie mille per il sostegno... ci vediamo domani... comunque mi è passato... è solo la sera che mi prende il magone... bacio.

La mia Autrice, 17.07.08 ore 9.40 - E' la maledizione di Ratzinger. Vedi cosa succede a chiedere le scarpe di Prada? Con quelle di Pittarello queste paure non vengono!

La Grande, 17.07.08 ore 9.51 - Mi hai convinta. Vada per le Gucci!
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venerdì, 11 luglio 2008
Una discutibile storia d'amore 8

"Amica mia non ci ho capito un cazzo". Seduto al tavolo della grande cucina lo struzzo la guardava intenta a cucinare una pasta fredda condita con pesto fresco, peperoni e melanzane saltati in padella con poco olio e in aggiunta carpaccio di tonno. Lei sospirava in silenzio.
"Insomma, se ero io il Pachi abdicavo. Non ci ho capito nulla. Scarpe bianche, calze corallo...Me so' perso. Io fuggivo, ecco. Che per di più il Pachi era arrapato, e lo capisco. Ma dopo, sulle scale... cioè, non ci ha più capito un cazzo! E io anche meno".

Lo Struzzo sorseggiava un Brunello. Faceva un caldo bestia ma davanti al vino rosso non capiva più nulla. Lei continuava a dargli le spalle. Ogni tanto si sentiva un sospiro venire dai fornelli. Taceva  e ascoltava.

"Pensavo tu avessi la lingerie nera, e invece CORALLO!"

"Ma no" sussurrò Lei spazientita "Le calze erano corallo, la lingerie bianca".

"Allora non conosco il color corallo. Come fa il coglione a scambiare per nero il corallo? Lui non vede la lingerie. E' questo il trucco? Ma soprattutto, il tubino arrivava al pavimento?".

"Piantala Struzzy, è molto più semplice. Il tubino nero arrivava al ginocchio e le calze erano color corallo".

"Ma scusa una cosa, se le calze sono color corallo, come fa il Pachi a tirar fuori il nero? E' daltonico?".

"Immagina che sia così per via del vestito nero" rispose Lei in un sussurro.

"Ok, nun ce vede. Adesso è chiaro. E' abbagliato dalla tua bellezza. MA LE CALZE SI VEDONO se il tubino è al ginocchio. E lui le vede nere?".

"Ma noooooooooo" rispose Lei sempre più insofferente " le vede color corallo, ma immagina che il bustier e gli slip siano neri. Ci sei adesso?".

"Ah... E invece sono?".

"Bianchi ovviamente. Ma ti immagini una che si spoglia, leva il tubino nero, rimane in reggisero e mutande neri, calze nudo e SCARPE BIANCHE?" suggerì Lei con smorfia schifata.

"ORRORE! Io scapperei".

"Appunto. Quindi, se le scarpe sono bianche la biancheria deve essere per forza bianca. Ecco il perché delle calze corallo, l'unico colore di calze accettabile con le scarpe bianche".

"Sì, me lo dicono tutte. Con le scarpe bianche calze color corallo. Mo' lo segno".

Lei incominciò a sorridere. L'umorismo caustico dello Struzzo le faceva bene.

"Pensa a tua moglie Struzzy".

"Ah, sì mo' glielo dico. E se OSA un giorno accostare male... Scusa, ma io ancora dubito sul corallo. Cioè, nun me viene in mente proprio. Che cazzo di colore è il corallo? Non potevi dire color vongola".

"Ma avrai visto ancora le calze color nudo, no Struzzy?! E se si chiama corallo perché dovevo dire vongola?".

"Ma io sapevo che si chiamava color carne, non corallo!".

"Seeeeeeeeeee, e il macellaio di che colore è invece?" Adesso Lei rideva apertamente. "Che schifo, color carne".

"Vongole e cozze" adesso ridevano insieme " le calze color vongole e cozza, ma di certo tu non sei una cozza. Ahahahaha...".

"Sì, color carne e color cazzo. Ahahaha..".

"Mo' cerco su Google e me ne faccio una ragione" sentenziò lo Struzzy.

"Comunque lo sapevo che saresti stato solidale col Pachi. Tutti così voi uomini. Chissà perché..." disse Lei.

"Ma scusa. Lui stava lì, con la lingua di fuori, arrapato come non mai, me lo cazzi sul corallo... Che già affanna di suo poveretto, con quella mole. Ma non faresti meglio a metterlo a dieta anziché cucinargli questi manicaretti?".

"Cazzi suoi. Sa con chi ha a che fare!".

"Eh....Mi sa che sei destinata al bianco eterno. Adesso il senso è chiaro, anche delle scarpe. Che poi me le abbini col nero che è così kitch...".

"Col cavolo. E' uno degli abbinamenti in auge per questa stagione!".

"Col cazzo. E' un abbinamento retrò".

"Il cazzo non era color carne? Ahahahahaha...E comunque è un abbinamento di quest'anno".

"Deve essere perché è bisestile" suggerì lo struzzo.

"Ecco perché ha vinto l'Inter!" lo sbeffeggiò Lei.

Risero insieme da buoni amici quali erano. Lo struzzo le accarezzò una guancia dolcemente. Lei si ritenne fortunata in Amicizia.

(continua... forse...)
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sabato, 05 luglio 2008
Una discutibile storia d'amore 7

Il Pachiderma sghignazzò sotto la proboscide dell'umorismo caustico di Lei. Gli piaceva quella testolina matta, mai prevedibile, la trovava intrigante, stimolante. Gli piaceva quella lingua lunga, mai doma. E gli piaceva anche Lei, lunga e flessuosa come un giunco, con quel sorriso dolce carico di promesse e quegli occhi... ah, gli occhi di Lei!... quei bellissimi occhi profondi se li sognava anche di notte. Grandi come una luna piena, del colore di un bosco d'estate, ci potevi vedere dentro innocenza e purezza, a dispetto di quella linguaccia che era semplicemente uno strumento di difesa. Quegli occhi erano un lago montano, di una bellezza assoluta ma che sapevi poteva essere gelido.
"Vieni piccola" la sospinse fuori dall'albergo. Lei seguì l'imput della zampa calda e decisa sulla sua schiena. Si voltò e si avviò verso l'uscita. Passarono davanti alle galline che "Co-co-come sono ridicoli..." diceva una, "Co-co-cosa dici mai? Sono bellissimi!" replicava la Buona. Ma loro non le degnarono di uno sguardo.
Ma fu sui gradini, scendendo la scalinata d'ingresso che Lei ebbe una visione.
Si bloccò a metà scala. Si girò verso l'elefante e: "Ehi, aspetta un momento" disse piccata " hai parlato di lingerie nera se non sbaglio. Mi hai detto che adori quando la indosso"
"Non sentirti in imbarazzo, piccolina, apprezzo molto le piccole attenzioni che hai per me" replicò sfrontato l'energumeno.
"Imbarazzo un accidente. Veramente credi che io sia donna da indossare un bustier nero con le calze corallo e le scarpe bianche? Tu credi veramente che io mi levi il tubino nero e rimanga così conciata? CON LE SCARPE BIANCHE???". Il Pachiderma taceva per la sorpresa.
"A parte il fatto che dovresti sapere che porto solo intimo bianco e che schifo quello nero e che non farei lo sforzo di indossarlo nemmeno per te, per cosa credi che abbia accompagnato  il mio vestito  con gli accessori bianchi  se non per levarmelo e rimanere tutta  in tono? Francamente il tuo senso dell'estetica lascia un po' a desiderare!" Detto questo Lei si girò risentita e scese verso il taxi, lasciando Pachi
a metà scala, basito e incapace di muoversi e ancor meno di replicare.
L'Elefante stava perdendo punti. Sarebbe riuscito a recuperare nel corso della serata?

(continua)
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mercoledì, 02 luglio 2008
Una discutibile storia d'amore 6

Nella hall dell'albergo erano radunati parecchi animali, chi in attesa del compagno, chi per il digestivo del dopocena, chi pronto per recarsi a ballare, chi in ansiosa ricerca di un abbordaggio. Per esempio le galline dell'angolo di sinistra vicino all'uscita. Povere cocche, coricate pesantemente sui sofà dell'ingresso, le penne bianche sparse all'aere, chiocciavano cattiverie nei confronti di tutti i passanti. Tutte nella stessa divisa bianca con la crestina arancione, le zampotte larghe, i fisici sferici, avevano anche i pensieri in sovrappeso. "Guardatela lì la presuntuosa, come si è combinata. Tutta vestita di nero è di bianco che fa così effetto optical... Decisamente azzardato. Fosse almeno giovane capirei, ma i suoi 40 li ha passati anche Lei da un pezzo" diceva la gallina Rotonda. "Non li porta male" la giustificava la Vergine "forse è un po' troppo secca, le spalle un po' strette e leggermente curvate in avanti, i piedi piatti, i capelli troppo lunghi per la sua età, e sempre quel sorriso stampato in faccia che dopo un po' stufa, ma non li porta male". "Sì, forse non porta male la sua età" aggiungeva la Lavandaia "ma è molto lontana dall'essere una vera Siggnora. Come me per esempio. Io sì che sono una vera Siggnora. Sono una Siggnora io, altroché" e si piazzava le mani sui fianchi e..... hop, involontariamente le partivano i fianchi nella "mossa" che le era inevitabile, idispensabile, che era ormai il suo marchio di riconoscimento. "Uè, Lavandà, facìtece a' mossa" le urlavano i suoi compaesani. E quella indispettita non avrebbe voluto, perché lei era una vera Siggnora, ma non riusciva a trattenersi. La sua vera natura usciva sempre. Quindi si sentiva un risolino isterico:"Rido. Guardatela" suggeriva la Selvatica alle compagne galline guardando Lei "Rido. Porta le calze con questo caldo. Rido".
Lei aveva sentito tutti i commenti delle galline ma non aveva mai replicato. Non dava loro peso. Sapeva chi era e cosa valeva. Aveva dei dubbi sul Pachiderma, quelli sì. Non era certa che lui l'avesse capita appieno, che avesse intravisto le sue profondità, ma non bisognava disperare. Tempo al tempo. Lei aveva fiducia in questo, nella vita e in se stessa. Così come aveva fiducia nell'intelligenza e nella sensibilità del Pachiderma. E poi era fatalista. Se doveva andare sarebbe andata, altrimenti...
Ma la cattiveria sulle calze... no, non se la sarebbe lasciata sfuggire. Anzi, le dava l'opportunità di rilanciare. Una splendida opportunità.
"E' una bella serata calda, non trovi?" chiese languida al Pachiderma "nonostante questo ho deciso di mettermi le calze. Sai com'è, ci sono circostanze in cui mi sento a disagio se non le porto" disse in un tono di voce abbastanza alto perché le galline sentissero. Risolini chiocci dal fondo della sala.
"A disagio?" chiese incuriosito l'elefante con il suo splendido vocione baritonale " E come mai, cara?"
"Oh vedi, tesoro, è che sono una pignola. Trovo che il reggicalze senza qualcosa di agganciato sia così spaventosamente inelegante..." buttò lì con leggerezza la Nostra. Silenzio di tomba dall'angolo di sinistra della hall.
"Ne indossi uno, cara?" chiese incuriosito il Pachiderma, a cui una gocciolina di sudore spuntava alla base della fronte (chissà come mai...).
"Oh certo, mio adorato. Ma non da solo. E' attaccato a un bustier molto carino" aggiunse Lei con innocente perfidia.
"Adoro la tua pelle perlacea quando indossi lingerie nera. Grazie per questo regalo". Maledetto! Sapeva bene come prenderla. Risolini di compiacimento da sinistra. Carogne. E carogna pure lui. Ennò, stavolta non l'avrebbe vinta.
"No, Amore, non ho indossato nulla per te, ma per me. Sai, è decisamente fastidioso andare a ballare con le calze che penzolano e doverle trattenere con le mani è così scomodo per danzare...

(continua)
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lunedì, 30 giugno 2008
Una discutibile storia d'amore 5

Anche nelle balere di Cesenatico si era sparsa la fama del Pachiderma ballerino. Il suo gigantesco girovita roteava baldanzoso, deliziosamente fasciato in uno splendido smoking color carta da zucchero con i revers della giacca in seta luccicante e la camicia bianca con gli jabot pizzosi bene in vista. Era un campione dei balli latinoamericani, soprattutto della Pach-anga, un ritmo cubano che gli si adattava molto bene, non solo onomatopeicamente. Nonostante l'enormità della mole il Pachiderma si muoveva con grande leggerezza. Sembrava volasse sulle punte delle zampe. Anche le sue compagne di ballo volavano con lui. La sua caratteristica era una potente presa delle braccia che faceva sentire la sua dama guidata e protetta nella danza. Lei lo sapeva bene, la faceva sentire così anche nella vita, non solo nella danza. Ecco perché era così gelosa di quelle sciacquette svenevoli e adoranti.
Quella sera si era preparata con più cura del solito. L'elefante l'aveva invitata a ballare chissà ispirato da quale dio benefico. Era nervosa davanti allo specchio della sua camera. Si era guardata e riguardata mille volte. Sapeva di essere bellissima, lo sentiva dentro. Sarebbe bastato? Doveva bastare. Aveva scelto la semplicità, come sempre. Nascondeva una grande raffinatezza il suo levare orpelli e ninnoli, ma pochi uomini l'avevano compreso finora. Il Pachiderma l'aveva capito? Credeva di sì. Di certo lui non lo dava  a vedere.
Indossava una tubino nero con lo spallino largo, molto Audrey Hepburn, la sua attrice preferita a cui Lei assomigliava nel fisico, nel portamento e nel fascino discreto. La scarpa sandalo bianca aveva il tacco sottile. Lei non superava mai i 7 centimetri. Tacchi più alti rendono la camminata volgare e Lei non lo era mai. Le calze erano color corallo, velatissime, otto denari, irrinunciabili anche con 35 gradi. In mano una busta di pelle bianca. Sulle spalle una stola di seta trasparente bianca, buttata con nonchalance. I capelli sciolti sulle spalle erano stavolta lisci, che si inanellavano solo sul fondo della lunghezza. Il trucco leggero. Respirò profondamente davanti allo specchio. Decise che qualsiasi cosa il Pachi avesse fatto Lei si sarebbe divertita. Sorrise a se stessa. Girò sui tacchi e uscì dalla stanza.
Scese le scale. Il Pachiderma l'aspettava nella hall dell'albergo. Era già lì. Lo vide da lontano nonostante la miopia. Quella mole era inconfondibile. Gli uomini presenti si accorsero dell' arrivo di Lei e del suo incedere da pantera. Si fece il silenzio. Lei si avvicinò all'elefante che estasiato e con un filo di voce le disse: "Sei bellissima".
Lei allora si prese una rivincita: "Grazie ma avresti dovuto aspettartelo. Se vuoi portare una brutta figa a ballare non è me che devi invitare!"

(continua)
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