Una discutibile storia d'amore 5
Anche nelle balere di Cesenatico si era sparsa la fama del Pachiderma ballerino. Il suo gigantesco girovita roteava baldanzoso, deliziosamente fasciato in uno splendido smoking color carta da zucchero con i revers della giacca in seta luccicante e la camicia bianca con gli jabot pizzosi bene in vista. Era un campione dei balli latinoamericani, soprattutto della Pach-anga, un ritmo cubano che gli si adattava molto bene, non solo onomatopeicamente. Nonostante l'enormità della mole il Pachiderma si muoveva con grande leggerezza. Sembrava volasse sulle punte delle zampe. Anche le sue compagne di ballo volavano con lui. La sua caratteristica era una potente presa delle braccia che faceva sentire la sua dama guidata e protetta nella danza. Lei lo sapeva bene, la faceva sentire così anche nella vita, non solo nella danza. Ecco perché era così gelosa di quelle sciacquette svenevoli e adoranti.
Quella sera si era preparata con più cura del solito. L'elefante l'aveva invitata a ballare chissà ispirato da quale dio benefico. Era nervosa davanti allo specchio della sua camera. Si era guardata e riguardata mille volte. Sapeva di essere bellissima, lo sentiva dentro. Sarebbe bastato? Doveva bastare. Aveva scelto la semplicità, come sempre. Nascondeva una grande raffinatezza il suo levare orpelli e ninnoli, ma pochi uomini l'avevano compreso finora. Il Pachiderma l'aveva capito? Credeva di sì. Di certo lui non lo dava a vedere.
Indossava una tubino nero con lo spallino largo, molto Audrey Hepburn, la sua attrice preferita a cui Lei assomigliava nel fisico, nel portamento e nel fascino discreto. La scarpa sandalo bianca aveva il tacco sottile. Lei non superava mai i 7 centimetri. Tacchi più alti rendono la camminata volgare e Lei non lo era mai. Le calze erano color corallo, velatissime, otto denari, irrinunciabili anche con 35 gradi. In mano una busta di pelle bianca. Sulle spalle una stola di seta trasparente bianca, buttata con nonchalance. I capelli sciolti sulle spalle erano stavolta lisci, che si inanellavano solo sul fondo della lunghezza. Il trucco leggero. Respirò profondamente davanti allo specchio. Decise che qualsiasi cosa il Pachi avesse fatto Lei si sarebbe divertita. Sorrise a se stessa. Girò sui tacchi e uscì dalla stanza.
Scese le scale. Il Pachiderma l'aspettava nella hall dell'albergo. Era già lì. Lo vide da lontano nonostante la miopia. Quella mole era inconfondibile. Gli uomini presenti si accorsero dell' arrivo di Lei e del suo incedere da pantera. Si fece il silenzio. Lei si avvicinò all'elefante che estasiato e con un filo di voce le disse: "Sei bellissima".
Lei allora si prese una rivincita: "Grazie ma avresti dovuto aspettartelo. Se vuoi portare una brutta figa a ballare non è me che devi invitare!"
(continua)
Anche nelle balere di Cesenatico si era sparsa la fama del Pachiderma ballerino. Il suo gigantesco girovita roteava baldanzoso, deliziosamente fasciato in uno splendido smoking color carta da zucchero con i revers della giacca in seta luccicante e la camicia bianca con gli jabot pizzosi bene in vista. Era un campione dei balli latinoamericani, soprattutto della Pach-anga, un ritmo cubano che gli si adattava molto bene, non solo onomatopeicamente. Nonostante l'enormità della mole il Pachiderma si muoveva con grande leggerezza. Sembrava volasse sulle punte delle zampe. Anche le sue compagne di ballo volavano con lui. La sua caratteristica era una potente presa delle braccia che faceva sentire la sua dama guidata e protetta nella danza. Lei lo sapeva bene, la faceva sentire così anche nella vita, non solo nella danza. Ecco perché era così gelosa di quelle sciacquette svenevoli e adoranti.
Quella sera si era preparata con più cura del solito. L'elefante l'aveva invitata a ballare chissà ispirato da quale dio benefico. Era nervosa davanti allo specchio della sua camera. Si era guardata e riguardata mille volte. Sapeva di essere bellissima, lo sentiva dentro. Sarebbe bastato? Doveva bastare. Aveva scelto la semplicità, come sempre. Nascondeva una grande raffinatezza il suo levare orpelli e ninnoli, ma pochi uomini l'avevano compreso finora. Il Pachiderma l'aveva capito? Credeva di sì. Di certo lui non lo dava a vedere.
Indossava una tubino nero con lo spallino largo, molto Audrey Hepburn, la sua attrice preferita a cui Lei assomigliava nel fisico, nel portamento e nel fascino discreto. La scarpa sandalo bianca aveva il tacco sottile. Lei non superava mai i 7 centimetri. Tacchi più alti rendono la camminata volgare e Lei non lo era mai. Le calze erano color corallo, velatissime, otto denari, irrinunciabili anche con 35 gradi. In mano una busta di pelle bianca. Sulle spalle una stola di seta trasparente bianca, buttata con nonchalance. I capelli sciolti sulle spalle erano stavolta lisci, che si inanellavano solo sul fondo della lunghezza. Il trucco leggero. Respirò profondamente davanti allo specchio. Decise che qualsiasi cosa il Pachi avesse fatto Lei si sarebbe divertita. Sorrise a se stessa. Girò sui tacchi e uscì dalla stanza.
Scese le scale. Il Pachiderma l'aspettava nella hall dell'albergo. Era già lì. Lo vide da lontano nonostante la miopia. Quella mole era inconfondibile. Gli uomini presenti si accorsero dell' arrivo di Lei e del suo incedere da pantera. Si fece il silenzio. Lei si avvicinò all'elefante che estasiato e con un filo di voce le disse: "Sei bellissima".
Lei allora si prese una rivincita: "Grazie ma avresti dovuto aspettartelo. Se vuoi portare una brutta figa a ballare non è me che devi invitare!"
(continua)
postato da: merchesadixit alle ore 17:34 | Permalink | commenti (3)
categoria:dellamore, dellamicizia, short stories
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