Delle riflessioni sociologiche di Merchesa
Carissimi
sembra che l'articolo di Pietro Citati pubblicato recentemente su Repubblica ( sono mortificata per non aver trovato il link) intitolato "Quando i pomodori avevano un sapore" abbia scatenato vivaci polemiche.
" Noi coltiviamo ancora i pomodori come una volta" si sono ribellati i salernitani " facendo il semenzai con i nostri semi, utilizzando il concime dei nostri conigli e combattendo i parassiti con la poltiglia bordolese".
" Noi li mangiamo con frese di grano o di miglio e aggiungiamo cipolle di Tropea e origano" fanno eco idignati i calabresi.
I siciliani aggiungono che ci sono ancora contadini che li coltivano come una volta.
Anche da me in Franciacorta succede. Sembra che in alcuni lembi di terra italiana ci sia chi ha riscoperto i vecchi sapori e si impegni per le coltivazioni che ora sono definite biologiche ma che una volta erano la normalità. Queste coltivazioni sono costose e impegnative, richiedono tempo e dedizione, qualità difficili da trovare nella frenesia del mondo moderno.
Conosco giovani che hanno rifiutato la logica del reddito e che si sono ritirati in campagna, sono tornati alla terra da cui si erano staccati i genitori per trovare lavoro nelle metropoli. Anche la figlia di Giorgio Bocca ha seguito questa strada.
Giovani che coltivano la terra coi vecchi metodi. Giovani che si danno da fare per dare un significato diverso alla propria vita. Giovani che rifiutano la logica del profitto. Giovani che si accontentano.
Giovani che poi vendono i loro prodotti a piccoli ristoranti o trattorie gestiti da altri giovani che seguono la loro strada e gli stessi principi. Ma questi prodotti coltivati con fatica costano. E le piccole trattorie o gli agriturismi dove si mangia in modo alternativo costano.
E chi li frequenta allora? Altri giovani: calciatori e veline!
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